Vita da pescatore: storie e tecniche di pesca

La marineria di San Foca è oggi organizzata in cooperative, istituite per coordinare al meglio il lavoro dei pescatori. Questa decisione è figlia del periodo della ricostruzione seguita alla guerra.

La situazione economica dei pescatori di Melendugno era disastrosa e Monsignor Donato Rizzo, vescovo di allora, fu il primo ad organizzare la cooperativa.

Le attività coordinate del ceto peschereccio di San Foca si svolgevano inizialmente nei locali della vecchia chiesa. Fu l’allora parroco di San Foca don Niceta Sindaco a concedere degli spazi ai marinai per depositare gli attrezzi da pesca.

Questa sala divenne popolare a San Foca, divenendo una sorta di parlamento dei marinai, in vernacolo detta “ceddhra“, nel senso di cella o camerata.

Il luogo era un punto di riferimento per tutti. Ci si dava appuntamento ogni giorno, spesso a mezzogiorno, per pranzare insieme e discutere delle problematiche inerenti alla pesca. Una vera e propria ritualità dell’intera marineria di San Foca.

Nella ceddhra si organizzavano le ciurme di marinai per i vari tipi di pesca. Le più praticate sono distinte nelle seguenti categoria: la Chiangi, la Sciabbica, le Minaite, la Mazza a focu o Tromba e la Camascia.

a) la Chiangi è un lemma in dialetto melendugnese derivato dal verbo piangere. Per questo tipo di pesca è necessario avere un equipaggio numeroso, da 10 a 20 persone. Nell’esecuzione di questo programma collaborano 4 o 5 barche che, mettendosi a cerchio, chiudevano il banco di pesce nella rete posizionata tra gli scafi.

La Chiangi è il tipo di pesca più organizzato, che spesso porta più pesce. Perchè? La collaborazione tra le barche porta a gettare in mare una rete molto alta che convoglia al meglio il banco di pesce, attratto con un lume a petrolio detto lampara, verso il cosiddetto sacco. Una volta intrappolato il pesce, un sistema di anelli agevola la chiusura della rete. Il tutto veniva successivamente posizionato in superficie e i pescatori ai lati prelevavano tutto il pescato dal sacco con dei grossi retini.

b) la Sciabbica è invece una sorta di diminutivo della Chiangi, applicabile anche con un natante intermedio. A differenza della prima, con questa tecnica si può pescare, oltre che dalla barca, anche direttamente dalla riva, sopratutto durante le frequenti mareggiate invernali.

c) la Minaita. Questa parola deriva dalla parola in vernacolo melendugnese “Minate, che in italiano significa buttati. Minate, nel dizionario peschereccio salentino, ha il significato di “lasciate alla deriva, in modo che le reti siano spostate dalla corrente”. Le reti da minaita, a differenza di altre, sono molto alte e sostenute da galleggianti equidistanti tra loro. La rete scende a circa 3 metri di profondità per non intralciare la navigazione. Si può anche dire che questa tecnica sia specializzata per la pesca delle sardine.

d) la Mazza a focu o tromba è invece uno dei sistemi più antichi. Non è altro che una lunga asta alla cui sommità è fissato un secchio in legno con dei piccoli fori. L’asta viene immersa e posizionata verso nord-est (lato verso cui i pescatori, per esperienza, sanno che sono soliti correre i pesci). La rete così posizionata permette così di catturare moltissimi pesci.

e) la Camascia era invece un tipo di pesca d’altura praticata nelle vicinanze di acque internazionali, dove si stazionava per circa 3 o 4 giorni. Questa pratica necessitava di un approfondito studio del meteo in modo da garantire la massima sicurezza degli equipaggi, assenti da terra per un tempo prolungato.

I pescatori interpretavano i vari movimenti e le sfumature del sole e della luna, analizzandone le specificità in momenti topici del giorno come l’alba, mezzodì, tramonto e mezzanotte.

Se, per esempio, al tramonto il sole è accompagnato da nuvole frastagliate si diceva “lu sule sta se tira le burrasche”, ciò significa che il tempo si annuvolerà. Se la luna ha la “barba“, allora significa che il giorno dopo ci sarà un probabile cambiamento metereologico.

Per i vecchi pescatori, insomma, leggere il cielo è come voltare le pagine di un libro aperto. 


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