Vita da pescatori: la barca, molto più di uno strumento di lavoro

Precisione maniacale nei dettagli, usi e buone pratiche tramandate di padre in figlio e una grande devozione. Sono queste le emozioni che nel corso dei decenni si nascondono dietro alle barche da pesca, molto più di un mero strumento di lavoro per ogni pescatore.

Il legame tra pescatore e barca racchiude un fascino inesauribile e immodificabile fin dalla notte dei tempi.

Il lavoro, in mare, dipende anche da fattori imponderabili, spesso indipendenti dalla capacità o la buona volontà di marinai e pescatori. E l’imponderabile può essere influenzato solo dal soprannaturale.

La fede e la superstizione degli uomini di mare sono proverbiali, da sempre, e affidare una barca alla protezione divina era l’unica assicurazione contro sfortune e pericoli. Chiamare la barca col nome di un santo onomastico, o di un’immagine sacra, significava identificarlo con essa, chiamandolo a condividerne la sorte, e al tempo stesso sacrificare l’orgoglio del possesso.

La marineria di San Foca, naturalmente, non fa eccezione a questi costumi. Non è raro, infatti, imbattersi in icone del santo patrono, o di figure sacre del luogo, nelle cabine delle piccole barche da pesca che popolano il molo peschereccio. Un’abitudine mai sopita era quella di affidare a mogli e figlie il posizionamento del santino, posto sovente nelle vicinanze del timone.

Ricordiamo i pescatori medio-piccoli melendugnesi posseggono delle barche della lunghezza di 6-7 metri. La costruzione degli scafi, anticamente, non era di certo un lavoro specializzato e spesso lo si deputava ai mastri costruttori di carretti agricoli.

Altri, non particolarmente esperti nella riparazione delle barche, si adattano bene e riescono comunque a riparare gli scafi e a rimetterle in sesto nel modo migliore per rimetterle in mare. Per questo vengono chiamati mesci T’ascia (maestri d’ascia).

Il lavoro quotidiano dei maestri d’ascia spesso s’incentrava sulle parti delle barche più esposte all’usura. Generalmente si deteriorano spesso la poppa (dialetto puppa), la prora o prua, la fassa e gli staminali (dialetto corve).

Per le riparazioni si usavano “li rummi”, assi di legno che in alcuni casi erano modellate in forma arcuata con maestria e a regola d’arte, a seconda della struttura del naviglio. La buona riuscita di quest’operazione era figlia di anni e anni d’esperienza.

Per evitare che piccole falle tra le assi provocassero l’ingresso di acqua nello scafo, si utilizzava la canapa, incapsulata nelle fessure che si creano tra un’asse di legno e l’altra. Il procedimento, successivo all’installazione di piccole assi di legno, si chiama calafatare con la canapa, in dialetto “calaficare cu ‘lla stuppa“.

Successivamente s’impermeabilizza il tutto passando sopra uno strato consistente di catrame o pece (dialetto pice) e una volta avvenuto l’essiccamento di tutta la riparazione si abbellisce la barca con i colori richiesti dal proprietario. I mesci d’ascia melendugnesi chiamavano questo procedimento “stracallatura”.

C’è differenza tra il catrame e la pece. La catrame è liquida mentre la pece è solida per cui quest’ultima bisogna prima riscaldarla per renderla liquida e poi procedere all’applicazione.


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