Roca nel Mediterraneo: scopri i segreti della mostra

Il sito archeologico di Roca Vecchia, studiato da oltre 25 anni, costituisce un osservatorio privilegiato per la comprensione delle dinamiche storiche tra genti nel Mediterraneo, in maniera specifica facendo riferimento al corridoio Adriatico. Il Castello di Acaya ospita una mostra che permette di rivivere tutte le vicende della città.

Il Castello di Acaya, distante pochi chilometri da Melendugno, ospita la mostra “Roca nel Mediterraneo”, che raccoglie la storia della città catalogata nelle diverse epoche e grazie alle sue relazioni commerciali che la rendevano un fiore all’occhiello per fascino e valori identitari trasmessi nel corso dei secoli.

roca mediterraneo
Le relazioni commerciali nel Mediterraneo nell’Età del Bronzo Recente

La mostra, oltre a valorizzare i reperti delle diverse epoche storiche di Roca Vecchia, si pone l’obiettivo di ricostruire la fisionomia del paesaggio antico della città facendone rivivere anche la quotidianità. La rassegna di oggetti, sia di produzione esotica sia locale, dimostra la vocazione economica del centro, inserito nella fitta rete di traffici marittimi che collegavano il mondo egeo-orientale all’Europa continentale e al Mediterraneo centrale.

I dati e gli elementi raccolti nel corso degli anni consentono d’ipotizzare la presenza contestuale ai rocani di artigiani e gente straniera all’interno dell’insediamento e quindi la compenetrazione tra indigeni e forestieri in campo tecnologico, politico e ideologico, ha dato a Roca Vecchia un modello di organizzazione piuttosto socio-avanzato, in grado di gestire le risorse, i beni di lusso e coordinare le maestranze specializzate.

Il quadro geomorfologico attuale consente soltanto delle ipotesi di ricostruzione sul paesaggio antico di Roca Vecchia. Il paesaggio che si vede ora percorrendo le Marine di Melendugno si distacca molto dall’area che circondava Roca. La fascia costiera, a differenza della parte meridionale tra il Capo d’Otranto e il Capo di Leuca, è costituita da abbassamenti e irregolarità del tavolato calcareo, che assumono spesso la forma di depressioni invase dall’acqua e colmate da successioni sedimentarie di materiali come sabbia, argilla e limi.

La natura “movimentata” del territorio è poi confermata dalla frequente variazione dei livelli marini e dall’azione delle onde, che alla lunga hanno causato il progressivo crollo delle bancate. I fenomeni carsici, infine, hanno contribuito a questi cambi di struttura.

La costruzione dell’antico insediamento di Roca ha comportato modifiche generali alla topografia del luogo tanto da condizionare le scelte militari e urbanistiche della cittadella tardo-medievale, la seconda vita di Roca Vecchia, sorta 2500 anni dopo la caduta delle mura dell’età del Bronzo.

Lo spopolamento definitivo di Roca Vecchia avvenne, dopo varie vicissitudini, nel 1545, dopo che nella prima metà del Cinquecento era già stata utilizzata come cava. Il governatore spagnolo di Lecce ordinò quindi la distruzione della cittadella e il completo abbattimento delle sue opere di difesa, comprendendo anche il riempimento del fossato del castello con scarti di materiale edilizio.

La Grotta della Poesia: l’origine di tutto

 

La nascita e l’occupazione di Roca è ragionevolmente connessa alla frequentazione a scopo cultuale della Grotta della Poesia, localizzata a sud della penisola. La grotta è riconosciuta come Poesia Piccola, per distinguerla da una più estesa cavità denominata Poesia Grande. Il nome potrebbe derivare dal greco-medievale posis, che rimanda all’antica presenza di una sorgente d’acqua dolce.

Allo stato attuale la Grotta, originariamente asciutta, è invasa dal mare ed aperta verso l’alto a causa del crollo di una volta. L’interno della grotta è costellato di testimonianze antiche, ossia rappresentazioni antropomorfiche e zoomorfiche rinvenute nella preistoria anche a Porto Badisco, frazione marina di Otranto, nella Grotta dei Cervi.

grotta della poesia pianta
Pianta della Grotta della Poesia

Oltre a queste, la frequentazione cultuale della Poesia è testimoniata da “disegni” egei, come l’ascia bipenne.

Altre attestazioni votive, risalenti all’epoca romana, sono iscrizioni votive in latino, messapico e greco. Le scritture, che si rivolgono alla divinità Thaotor Andirahas (Tutor Andraios in latino) formulano richieste d’aiuto accompagnate da promesse di donazioni di beni (vino, cibo, animali) in cambio della protezione.

Scherzosamente singolare è l’epigrafe di Marcus, uno schiavo, che in cambio della libertà promette non soltanto un’anfora di vino, ma un agnello con tutti i suoi condimenti.

  1. Età del Bronzo Medio

 

La più antica occupazione di Roca risale all’età del Bronzo Medio (XVII sec. A.C.). Già allora il sito poteva godere di una fortificazione piuttosto estesa. Oggi, soprattutto a causa del crollo della falesia e durante l’escavazione del fossato tardo-medievale, si possono osservare i resti solamente per 200 metri con una base di 20 metri.

Il dispositivo difensivo era articolato in una porta principale e in almeno cinque passaggi minori (c.d postierle), costruiti con lastre grezze e terra argillosa. Le mura erano poi corredate da pali di legno che fungevano da puntello per le murature retrostanti e sostegno per le coperture.

Le tecniche di costruzione del muro difensivo di Roca Vecchia non hanno similarità nel panorama protostorico italiano, essendo di derivazione egeo-orientale. Questo è confermato dalle avanzate modalità di lavorazione, specializzate e adeguate ad una città con alto livello di organizzazione socio-economica.

Attorno alla fine dell’età media del Bronzo (metà XIV sec. a.C.) un incendio, ipoteticamente avvenuto dopo un lungo assedio, portò alla distruzione della città. Quest’idea è confermata dai corpi ritrovati nelle postierle, utilizzate quindi come rifugio, assieme a installazioni per la cottura dei cibi. Una postierla, classificata negli scavi Postierla C, si trasformò in una trappola mortale per dei cittadini rocani: il ritrovamento di sette scheletri (2 adulti e 5 bambini) può essere probabilmente analizzato come morte per asfissia a seguito del crollo delle mura.

La città di Roca, importante porto adriatico, aveva quindi legami con la cultura egeo-orientale. Le testimonianze arrivano dal ritrovamento di armi di foggia egea vicino a un altro scheletro, attribuibile verosimilmente a un guerriero.

Le evidenze visibili sono poi delle ceramiche tornite ritrovate in alcuni punti dell’abitato. Roca è indiscutibilmente l’insediamento indigeno italiano che ha restituito il maggior numero di materiali egei ed è tra i pochi siti che mostrano sin dalle primissime fasi di vita una evidente ibridazione culturale con quegli ambienti.

  1. Età del Bronzo Recente

 

Durante l’Età del Bronzo Recente (metà XIV-XIII sec. a.C.) Roca rifiorì e le fortificazioni vennero ricostruite, recuperando il tracciato di quelle precedentemente incendiate. La distruzione avvenuta con il fuoco valse forse come lezione, dato che i rocani impiegarono una minore quantità di legname per le fortificazioni. La novità fu l’uso di blocchi di calcare locale e l’assenza di postierle minori. Roca divenne ancora una volta un centro importante dal punto di vista produttivo e culturale. Il legno rimase in uso per le costruzioni civili.

I reperti risalenti a questo periodo investono sia aspetti botanico-faunistici sia archeologici. I primi, resti di pasto di animali di grossa taglia probabilmente oggetto di sacrificio, dimostrano le diverse condizioni climatiche del Salento. I secondi, invece, ancora il frequente ruolo nodale della città di Roca e i suoi collegamenti con le regioni europee. In più, sono stati ritrovati piccoli manufatti di metallo, sempre provenienti da paesi stranieri.

Sono stati recuperati vasi d’importazione, di forma aperta per bere e mangiare, e contenitori grandi utilizzati per la conservazione di scorte alimentari. Un particolare interesse è dato dall’incrocio tra le competenze delle maestranze locali ispirati dai prototipi e modelli egei. I reperti fanno quindi pensare al possibile soggiorno o stanziamento di artigiani e naviganti. In più, i rapporti tra i rocani e gli “stranieri” non si fermavano gli interessi commerciali, ma prevedevano una vera e propria integrazione politica, culturale e religiosa.

  1. Età del Bronzo Finale

 

La fase del Bronzo Finale (XII sec – inizi X sec. a.C.) racconta una sostanziale continuità di occupazione a scopo residenziale della città, che cambia veste grazie a nuove tecniche edilizie incentrate nuovamente sull’uso del legno. Le mura furono irrobustite con pietre e pali verticali. Il recupero dell’uso di questo materiale è un esplicito indicatore di un’ampia disponibilità di materia prima e di un’acquisita o accresciuta capacità tecnologica di diretta derivazione dalla carpenteria navale.

La seconda distruzione della città, colpita da un incendio quasi sicuramente anch’esso di natura bellica, fu un’ulteriore “fortuna” per gli archeologi. Il crollo delle strutture in legno ha formato uno spesso strato di ceneri e carboni che hanno quasi sigillato piani di calpestio e complessi, conservando così le molteplici testimonianze riconducibili all’uso. Roca era costruita con regolarità e coerenza, le strade rispondevano ad una  sorta di piano urbanistico ed erano molte le zone “comunitarie”, di solito a ridosso delle fortificazioni.

Risalente a questo periodo è la “capanna-tempio”, da dove sono stati recuperati oggetti in aree destinate alla cottura di cibi e alla celebrazione di banchetti. Tra i reperti figurano molti ornamenti in ceramica e numerosi strumenti di lavoro realizzati in materia animale. La parte nord dell’edificio era destinata ai sacrifici: la conferma arriva dagli scheletri (forse di maiale) associati a coltelli di bronzo su piattaforme di argilla e tufo, degli altari (presenti anche in Egitto, Palestina e Cipro) dove si compiva il sacrificio.

Il legame con il mondo egeo continua con lo stanziamento di nuclei di stranieri all’interno di Roca, testimoniato da utensili di lavoro per creare armi ed oggetti ispirati a prototipi egei. L’immagine che si ha del centro, quindi, è riconducibile a una società avanzata, specializzata negli scambi marittimi e nella manifattura, che poteva contare su un’ampia forza-lavoro.

L’incrocio tra Roca e il Mediterraneo Centro-Orientale è confermato dai numerosi vassoi abbelliti con croci e svastiche, simboli privi di riscontri nel mondo indigeno ma analoghi nelle zone cipriote e greche. Le raffigurazioni di una doppia ascia (presenti anche nella Grotta della Poesia) e di idoletti antropomorfi e zoomorfi rimandano ancora ai sacrifici.

La capanna-tempio ha donato anche delle interessanti scoperte di oggetti metallici, provenienti da quello che anticamente era un ripostiglio. Sono stati ritrovati due dischi solari in lamina d’oro, probabilmente arredi sacri, armi in bronzo e gioielli semplici e da parata: delle fibule per tenere le vesti ed esibire la ricchezza.

Oltre alla capanna-tempio, un altro edificio risalente all’età del Bronzo Finale, e collocato a Sud-Ovest della penisola, ha evidenze d’interesse. Il ritrovamento di grandi contenitori per lo stoccaggio dell’olio suggerisce l’interpretazione di una capanna-magazzino.

  1. Età del Ferro

 

La seconda distruzione per incendio di Roca, avvenuta nel Bronzo Finale, non causò l’abbandono dell’insediamento, che venne velocemente ricostruito e riorganizzato. I “disturbi costruttivi” avvenuti con l’età messapica e medievale non permettono un’ottimale conservazione delle testimonianze provenienti dall’età del Ferro (fine X sec. – inizi VII sec. a.C).

L’abitato non è più attivo come un tempo. La mancata ricostruzione delle fortificazioni, che sopravvivono in rovina, è soltanto una delle evidenze del declino della città, che però conserva la sua vocazione commerciale con le popolazioni greche.

I traffici transadriatici proseguono e l’importazione di ceramiche fini di produzione corinzio-corcirese è la testimonianza che Roca rimane nella rete delle navigazioni precoloniali greche verso il Golfo di Taranto e la Sicilia.

L’età del Ferro parla di una Roca che celebra “il culto delle rovine”: le strutture cultuali o cerimoniali sorgono a ridosso delle fortificazioni (o di ciò che restava) e si celebrava “la memoria”.

Una complessa struttura absidale sorgeva in quella zona addossata alle mura. Qui sono raccolti tutti gli elementi riconducibili a quest’epoca. L’edificio è collegato a tre banchine semicircolari. Sulla prima banchina sono stati rinvenuti i resti di un sacrificio animale unitamente a utensili in ceramica e frammenti di bronzo. La seconda, destinata funzionalmente alla conservazione di derrate alimentari, custodiva ampolle di ceramica e la terza, più bassa, celava vaschette in argilla.

Si nota quindi la massiccia presenza di ceramiche, questa volta di fattura locale, usate in contesti funerari e di culto, specificatamente per presentare offerte di primizie agricole. La concentrazione di questi materiali può condurre a una prospettiva di deposizione programmata di resti di servizi ceramici utilizzati durante cerimonie che riguardavano l’intera città, simposi, libagioni o altro.

Le decorazioni su questi recipienti locali danno ulteriori significati. Un soggetto antropomorfo disegnato su un boccaletto è considerato rappresentazione di divinità (ulteriori esemplari sono stati ritrovati in altre zone d’Italia) e le decorazioni “a svastica” forse riconducono a culti solari.


Rispondi